lunedì 29 dicembre 2008
Da Soli - on the road
Il 24 dicembre mi era parsa una giornata perfetta, avendola iniziata acquistando, presso il teatro Vattelapesca della mia città, i biglietti per il concerto di Tal dei Tali [approfondisci!].
Questo Natale, infatti, non ci siamo recati a Genova dai miei gentori, perché abbiamo deciso di trascorrere la sera della vigilia con i miei suoceri e, contemporaneamente, approfittare per riposarci e stare in casa, col non trascurabile vantaggio di risparmiare qualche soldino.
Il 26 Dicembre, emblemi di coerenza, prenotiamo i biglietti per il tradizionale concerto di Natale di Tal dei Tali in un circolo arci della provincia di Reggio Emilia. Tra viaggio, biglietti e pernotto spendiamo come se avessimo regalato uova di Fabergeè, ma per fortuna ce la siamo cavata con pidocchiosissime marmellate fatte in casa e ce lo possiamo permettere.
La mattina del 27 stabilisco il record personale di permanenza in un supermercato, praticamente faccio cadere le cose nel carrello con il solo spostamento d'aria che provoco correndo fra gli scaffali, ci nutriamo con pastiglie per astronautie ci mettiamo in macchina.
Io sono un gomitolo di euforia cardata con la tensione, non spiccico parola per tutto il viaggio se non per cantare la discografia di Tal dei Tali.
Arrivati sul posto ci facciamo cacciare dal locale perché è chiuso e apre alle diciannove. Mentre ce ne andiamo arriva una macchina da pappone con dentro uno che potrebbe essere Tal dei Tali [o il suo sosia, che per me non fa differenza alcuna]. Guida col cappello. Non dirò mai più niente su quelli che guidano col cappello.
Alle sette meno cinque siamo di nuovo lì, ma grazie a Dio non siamo i primi. Mi guardo intorno, è stranissimo andare a un concerto e non incontrare nessuno che conosciamo. Per fortuna Zzi era in accordo con un utente di dvdtree che ci raggiunge di lì a poco.
Tutti intorno sembrano tranquilli e anche noi ci rilassiamo e prendiamo l'aperitivo, grazie al quale mi sfondo di stuzzichini; tanto sono già ingrassata di sei chili, sembro un barbapapà. Stai a vedere che saranno questi tre chili di frittata, questa teglia e mezza di pizza e queste quattro dozzine di olive ascolane a fare la differenza. E' che quando sono emozionata perdo l'appetito.
Verso le otto/otto e mezza iniziamo a salire le scale con fare normale; fischiettando indifferenti ci mettiamo in coda davanti alla porta di accesso alla zona del concerto. Non conosco il posto, non so dove andare, non c'era su internet una cazzo di cartina, non ho un piano d'azione e sono agile e scattante come un comodino. Giuro che mi metto a dieta.
Zzi è appogiato alla parete, serafico e a braccia conserte. Gli mancano solo le infradito, poi è Goemon. Aprono la porta, il pubblico fluisce diligentemente, ma rapidamente, lungo una balconata e giù da una scala, che fa un po' di intasamento. Io non faccio in tempo a capire da che parte voltarmi, che Zzi fa "Di qua" e mi porta giù da una scala che nessuno percorre. Ora, io vorrei fargli notare che se nessuno ci va sarà perché non conduce da nessuna parte, ma poi mi sovviene che sui percorsi e sui posizionamenti ai concerti ha sempre ragione, ripenso al pit di Mannheim e mi mordo la lingua. Tanto, casomai, se finiamo dietro, glielo potrò sempre rinfacciare in una lite qualsiasi, fra una dozzina d'anni. Faccio appena in tempo a finire queste elucubrazioni che ho i gomiti sul palco.
Cremo il credito del cellulare mandando - molto matura, complimenti! - messaggini alle mie amiche per vantarmene; mi meriterei che mi cadesse una cassa sulla testa, ma....oops! Sono talmente vicino che le casse sono dietro di me.
Tal dei Tali ha uno strano nasino: visto di profilo è normale, visto di fronte la narice sinistra è storta o, meglio, ha l'area cava parzialmente invasa da una minuscola escrescenza carnosa perfettamente semicircolare, che crea una breve ombra - come una virgola - sulla punta del naso; sembra quasi che la parte terminale della cartilagine sia stata tagliata e si sia cicatrizzata storta.
Io lo so perché ero lì sotto.
Tal dei Tali ha gli incisivi superiori scuri. Non tanto ingialliti dal fumo, proprio scuri, come se fossero piombati. In compenso sono piccoli e perfettamente dritti; nonostante questo sputazza un po', parlando.
Io lo so perché ero li sotto.
Tal dei Tali ha la pelle del viso liscia e chiara, con poche rughe di espressione intorno agli occhi e la fronte tesa come quella di un bambino; suda come un verro, sarà per via del copricapo.
Io lo so perché ero lì sotto
Tal dei Tali ha le mani snelle e nodose e riesce a tenere alzata la falange del pollice tenendo falangina e falangetta parallele. Le unghie sono piatte ed eccezionalmente ordinate.
Io lo so perché ero lì sotto
Mi hanno raccontato che ha anche suonato e cantato e raccontato storie, ma io ero troppo presa dalle falangi e dalle cartilagini nasali e non ho prestato grande attenzione.
Ad ogni modo, della serata praticamente non ho memoria, l'eccessiva emozione ha rimosso i ricordi; so solo che più tardi, a concerto terminato, mentre era lì che autografava dischi e si ingozzava [ma con che stile!] di panetti col crudo, mi ha rivolto la parola.
Mi ha detto:
"Eh?"
Dal diario di Sarma
Dico imbecille perché ci vuole una mente menomata a dare a una mucca il nome di un involtino di maiale, ma questa è forse la cosa meno grave.
Lo scorso sabato abbiamo fatto un bellissimo viaggio in macchina. Io amo molto i viaggi in macchina perché in questi casi mi lascia suonare quanto voglio e ogni tanto canta pure con me. Questo viaggio è stato subito speciale, appena sedute in macchina ho attaccato con l'ukulele a ruota libera, tutte le funzioni cerebrali erano a mia disposizione.
Poi siamo arrivati in un posto arancione (io non vedo fuori, posso al massimo vedere cosa danno sul nervo ottico, ma il più delle volte sono immagini confuse), ma ce ne siamo andate subito. Siamo tornate più tardi, e io ancora ci davo dentro alla grande col mio ukulele.
Poi c'è stato un momento, poco prima che si facesse buio, che mi ha fatto stare zitta e mi pareva di stare in una diligenza del far west da tanto che si saltava: sempre così quando fa le scale in discesa di corsa.
Poi ho ricominciato a suonare per un paio d'ore, finché non mi ha fatta stare zitta, muta e ferma in un angolo.
Allora ho posato l'ukulele e ho provato ad andare a sbirciare dietro le retine e ho visto un uomo molto bello vestito di rosso con un cappello in testa, spettinato e con la barba. Strano naso, devo dire.
Ho provato a fare un giro dalle parti di una tromba di eustachio, ma laggiù è tutto rovinato e non si capisce niente di quello che arriva da lì; da quel che ho potuto sentire, però, sembrava bello.
Insomma che me ne sto per più di due ore senza fare niente, senza pizzicare una cordina, senza solfeggiare con la coda, senza fare clocchete clocchete con gli zoccoli. Niente.
Le funzioni cerebrali, d'improvviso, erano tutte tese ad elaborare gli stimoli inviati dall'uomo molto bello vestito di rosso con un cappello in testa. E uno strano naso.
Poi, pian piano, ricomincio a muovermi, ma con cautela, che l'uomo molto bello vestito di rosso con un cappello in testa non si vede più, ma pare essere nei paraggi. Infatti, dopo poco vengo imbavagliata e incappucciata e quando mi libero il nervo ottico è tutto fosforescente. Da dietro alle retine intravedo l'uomo molto bello non più vestito di rosso e senza cappello, ma sempre con il naso strano, che guarda in questa direzione.
Subito imbraccio l'ukulele e comincio ad accordarlo. Da sotto le mie zampe sento partire l'impulso alle braccia di Larry di porgere qualcosa all'uomo molto bello eccetera; wow - penso - qui ci vuole anche l'armonica - la metto al collo e comincio a soffiare.
L'uomo molto bello eccetera fa un gesto come per dire "Ciao barbapapà occhialuto, come cazzo ti chiami?".
Ed è qui che compio il mio capolavoro: vedo l'impulso di dire "Lorenza" partire dal lobo frontale davanti a me, ma ho già messo la grancassa sulla schiena e attacco una scatenata Ramrod versione 2005, così tutto quello che si riesce a comandare alla bocca è "Larry".
L'uomo molto bello eccetera ha una smorfia di disgusto e fa:
"Eh?"
Ed ecco il mio delirio di onnipotenza, non mi ferma più nessuno, e il massimo che il cervello riesce a comandare è di ripetere ['laeri] (notazione fonetica). L'uomo molto bello eccetera fa spallucce e scribacchia qualcosa sulla cosa che ha ricevuto da Larry.
Intanto, qua nel cervello, c'è una specie di rave party: dallo stomaco sono arrivati contemporaneamente i segnali di nausea, sazietà e appetito, le ginocchia si sono convertite in polenta, la mano destra è diventata spongebob, la sinistra una gelida propaggine inutile, il cuore è esploso in un fuoco d'artificio con tanto di scie luminose. Perfino un rene ha dato una fitta, così, per spirito di partecipazione.
L'uomo molto bello eccetera si sbarazza della cosa che ha ricevuto e la manciata di neuroni rimasta in servizio muove le braccia di Larry a riceverla indietro.
Sempre continuando a suonare corro a sbirciare cosa sia questo misterioso oggetto foriero di cotanta agitazione: vedo che è un libro con la copertina azzurra, "Non si muore tutte le mattine", edito da Feltrinelli, in edizione economica [alè, abbiamo già fatto la figura dei pezzenti].
Nella prima pagina c'è uno scarabocchio a biro, si legge.
A L'ERRI
L'AUTORE
Vicino Compostela
NATALE 2008
>>E parte la fanfara<<
martedì 9 dicembre 2008
Tutti corrono anche se non si sa mai dove andare
Nei giorni scorsi, in Italia, si è parlato di un breve tour europeo nei palazzetti tra febbraio e marzo, mentre più recentemente gli insider francesi hanno ventilato un tour negli stadi in estate. La radio belga annuncia - alternativamente - maggio nei palazzetti e giugno negli stadi, ma almeno è coerente sulla località, che dovrebbe essere Anversa.
Siamo ufficialmente allo sbando, siamo pronti a partire, ma non sappiamo dove dobbiamo andare.
Intanto il nostro beniamino ci sbaffeggia [oltre che con la più brutta copertina della Storia della Musica, disegnata, apparentemente, da Patti Scialfa] dalle pagine del suo sito CHIEDENDO volontari per assistere al suo show al Superbowl; breve, ma gratuito.
U.S. Residents only, ovvio.
venerdì 21 novembre 2008
Corse a Venezia
Non avevo proprio scuse, dopo più di una settimana di pioggia, come tradizione "La Venezia" si è svolta sotto un sole tiepido e vivace, che a metà mattina si è fatto sfacciato e a mezzogiorno rompeva già i coglioni.
Tralascio la descrizione del viaggio in treno con una classe del Classico del Petrarca e le loro peripezie per recuperare la solita che si è addormentata e sta viaggiando sul treno seguente [e a momenti ci supera, col ritardo accumulato] e quella del tragitto Santa Lucia - Arsenale.
Venezia deserta al mattino è come trombare a diciott'anni: bello da morire, è che non dura niente.
La palestra è un cevapcicio, nel senso che è un miscuglio di carni di dubbia provenienza: intravedo una schiena ungherese, una coscia scozzese, un po' di pance italiane, qualche piede austriaco, una chiappa spagnola [niente di che] e - wow! - è un gomito Australiano, quello che mi si è appena infilato sotto un'ascella?!?
Non aveva altro di meglio da fare, che venire dall'Australia a rompere le balle a me?
Non sente neanche un po' freschino, ma per venire incontro alle esigenze della consorte, facciamo un po' di corsetta di riscaldamento.
Arrivo alla partenza praticamente sfinita.
Per quel che mi riguarda, arrivo ultima e mi sembra di aver compiuto l'impresa del secolo.
giovedì 20 novembre 2008
Conseguenze
Non avete alzato un dito per impedirlo.
giovedì 6 novembre 2008
Pubblicità Progresso
lunedì 3 novembre 2008
venerdì 31 ottobre 2008
W HALLOWEEN [a larreti unificate]
[Mercoledì, 22 Ottobre 2008] Lontano lontano
Finalmente, a furia di citarlo a vanvera, posso scrivere di "quella volta che siamo andati a vedere Paolo Conte".
Siccome i chilometri richiesti erano pochi per i nostri paramentri, abbiamo deciso di rendere più avventuroso il viaggio optando per il treno, il quale, per la modica cifra di € 76 (sola andata) ci ha portato a Milano irrigiditi dal freddo e dalla prolungata immobilità, roba che Mannehim era le Maldive, in confronto.
In compenso, il treno da tempo per leggere. Basterebbe avere la sagacia di portarsi un libro leggibile anzichè una zeppa per un mobile instabile edita da Mondadori.
In effetti, la trasferta meneghina è andata talmente bene che non mi ha dato molto materiale per questo blog, eppure di cose ne abbiamo fatte:
- Passeggiata nel quartiere di Brera
- Sbirrozzo con El Puppo e il Navo
- Concertone di Paolo Conte [con annesso tentato acquisto dei biglietti per Capossela, poi scoraggiato dalla scoperta del fatto che i soli biglietti rimasti fossero in piccionaia]
- Sushi [eh, lo so, anche io ho i miei lati oscuri]
- Mostra su Von Karajan [un figo, uno che guidava la Porsche, fumava Marlboro e aveva sposato una stragnocca]
- Itinerario manzoniano col TCI [Sandrino, con tutto l'affetto, decisamente meno figo]
Nessun episodio grottesco, però.
Quasi quasi non valeva la pena partire
[Giovedì, 16 Ottobre 2008] Rimini Rimini - un giorno dopo
Ho saputo anche di ospiti dell'albergo che si sono lamentati del fatto che non ci fosse alcun buffet, ma si tratta di coloro che sono scesi dopo che io me ne ero già andata...
Con la scusa che si deve riposare, lasciamo il mio capo a piedi e Zzi e io ci rechiamo a San Marino; la giornata non è delle migliori, è decisamente bigia, per dirla con Fosco Maraini, ma il borgo merita la visita.
Si noti che, essendo la giornata nazionale [di San Marino? Europea? Regionale? Mondiale? Chi si ricorda?] della cultura, si entra GRATIS a visitare le rocche. Dopo una serie di foto di rara banalità, decidiamo che quello che abbiamo risparmiato con la cultura merita di essere sperperato nel superfluo, e ci dirigiamo al centro commerciale.
Qui, l'Inappetente ordina un frappè al caffè e caramello con panna montata e cioccolata. Mi aggiro fra le vetrine dilaniata dal mal di testa, senza neanche potermi lamentare perchè, alla minima smorfia, il Grillo Parlante sussurra "la panna".
Ad ogni modo, gli outlet sanmarinesi non valgono il viaggio, sono poco convenienti e deserti [io odio la folla, anzi, forse odio proprio l'Umanità, ma un negozio senza neanche la cassiera è troppo pure per me].
Rientrati a Rimini, avendo fallito nella ricerca del mio capo, decidiamo di consolarci con alcune e un [orrendo] negroni.
Non appena veniamo serviti, dietro le mie spalle Zzi avvista il mio capo.
Ci parliamo da un bar all'altro, ma siccome non sento una mazza e non voglio urlare in mezzo alla strada, inizia una pantomima in cui:
io mi alzo, le vado a parlare, torno da Zzi, gli dico "finiamo e andiamo con loro", mi rialzo, ritorno a parlare, le dico che nel nostro bar il negroni fa schifo, ma fanno da mangiare, allora lei mi sussurra che si spostano loro, torno al mio posto, consumo, riferisco a Zzi, che li guarda perplesso, mi giro, vedo che hanno una nuova consumazione davanti, mi rialzo, chiedo spiegazioni, e così avanti per diversi minuti.
Finchè non si fa tardi e dobbiamo andare a prepararci.
Impieghiamo qualche istante più del solito a prepararci, il mio capo e io, e sforiamo di una ventina di minuti la tabella di marcia suggerita da Zzi.
Chissenefrega, che vuoi che cambi.
Per pudore, più che per convinzione, il mio capo e io percorriamo il molo praticamente di corsa, lasciando indietro i maschietti carichi di cartoni, per presentarci al locale in ritardo, sì, ma nei limiti dell'accettabile.
Mentre camminiamo e parliamo, colpisce la mia attenzione il sosia di Vinicio Capossela.
Identico.
Non potete immaginare quanto: era Capossela sputato; forse un po' più magro e più alto, ma di pochissimo. Lo stesso viso e la stessa espressione, e doveva esserne ben consapevole, perchè vestiva come Capossela e portava la barba allo stesso modo.
Io lo guardo.
Lui mi guarda.
Lo guardo ancora con la faccia di quella che pensa "Belin, sei tutto Capossela".
Lui mi guarda con la faccia di quello che pensa "Hai visto come sembro Capossela?"
Lo guardo, vorrei girarmi e urlare a Zzi che c'è il sosia di Capossela, ma il sosia sentirebbe e farei una figuraccia.
Lui mi guarda ancora, sa che mi sono accorta che è il sosia di Capossela, vuole vedere se dico qualcosa.
Io lo guardo, so che i ha visto le carte, ma non cedo.
E lo guardo
Lui mi guarda.
Smettiamo di guardarci quando io sono praticamente dentro il locale.
Il mio capo e io salutiamo quelli che abbiamo conosciuto la sera precedente, ma la musica è alta e capto solo schegge di conversazione [come al mio solito, del resto].
- "(...) visto? (.....) poco fa (...) uscito adesso"
- "Comeee?"
- "Dico, lo avete visto? Ha suonato fino a poco fa, è uscito adesso"
- "CHI?"
-
"Vinicio Capossela"
[Domenica, 05 Ottobre 2008] Rimini Rimini
Siccome non esiste andare ai Glory Days con i capelli nonrossi, mi imbarco a fare la tinta anche se sono quasi le 11 [è tardi ma possiamo farcela se corriamo]. La tinta non viene rossa neanche un po', il che incrementa il mio tasso di isteria, già sulla soglia critica per via del ritardo.
Passiamo a prendere il mio capo al distributore di benzina in cima a Gretta, il mio piano è nutrirci per la strada, ma lei contropropone di mangiare a Mestre tutti insieme, quando avremo raggiunto il suo fidanzato. Mi pare fattibile, Mestre non è poi così lontana, anche se oramai sono le 13.
Va beh, il capo è lei, si parte!
La fame ci attanaglia le viscere, abbiamo bisogno di un minimo di energie per affrontare il viaggio. Alla prima sosta, il mio organizzatissimo capo, mi manda in missione nella sua valigia a prendere un alimento per viaggiatori altamente specializzato: patatine al gusto arachidi. Solo una settimana prima io avevo scioccamente osservato "Che bisogno c'è delle patatine che sanno di arachidi? Non si possono mangiare le arachidi? Oppure le arachidi E le patatine?". Ora, dopo tanti chilometri macinati a digiuno, comprendo la necessità di incorporare un alimento dentro l'altro, affinchè le due prelibatezze siano prontamente disponibili al palato. Zzi finisce di fare il piano e lasciamo Sezana.
[per quelli che non hanno riso alla gag sulle distanze]

Arriviamo a Rimini con un leggero anticipo sulla tabella di marcia, così decidiamo di mostrare la località al mio capo e al suo fidanzato.
Ribadisco: non è che non riuscivamo a trovare l'albergo, abbiamo voluto indugiare per le vie del centro affinchè i passeggeri potessero familiarizzare con il luogo.
Saliamo in camera e ci diamo appuntamento per scendere nella hall.
Mi presento all'appuntamento, ma il mio capo non è pronto.
Allora vado a cambiarmi.
Il mio capo bussa, ma io non sono pronta.
Allora va a cambiarsi.
Poi finalmente io sono pronta, ma mi tocca aspettarla.
In qualche modo i nostri rispettivi ci tirano fuori da questa spirale di ritardi a catena e ci spediscono in auto. Il meteo è infame, fa freddo, pioviggina e tira bora a centoventi. Io sono vestita da pupazzo promozionale della MerryGoRound, in total look viola, spezzato solamente da un po' di nero, per riprendere i colori delle nuove t-shirt. In pratica: una suora Ravasco coi camperos.
Il molo che conduce al locale è uno spettacolo: onde che arrivano da entrambe le parti, flutti che saltano oltre i parapetti, acqua che arriva da ogni direzione. Il Rockisland sembra Mont San Michelle, e noi quattro battiamo il record dei 400 a ostacoli per arrivare dentro asciutti, o almeno non stonfi.
Abbiamo proprio bisogno di una piadina per riprenderci dalle intemperie affrontate. E di una birra fresca, ovvio. Ma che grande questa birra, ci vorrebbe un cartoccetto di patatine calde. Accidenti, che poche le patatine nel cartoccetto, ce ne vorrebbe un altro.
Quando arriva Semprini e ci alziamo per salutarlo e ringraziarlo dell'ospitalità, il mio biglietto da visita sono le mani unte, il grembo pieno di briciole e del ketchup sulla guancia destra.
Lo so perchè, dopo che ci siamo baciati, c'era del ketchup anche sulla guancia destra di Semprini. Adesso anche lui sa come ci è finito, se mai avesse dubitato.
La serata è un successo, i musicisti sono coinvolgenti e strepitosi, un po' beoni e un poco artisti, compagnoni e nati tristi, il pubblico è entusiasta, io traggo somma soddisfazione anche dal mio capo, che conosce un sacco di canzoni di Bruce: era una fan, e non lo sapeva.
Insomma, come sempre in queste occasioni, la serata finisce troppo presto e non vediamo l'ora che sia domani sera.
[Mercoledì, 01 Ottobre 2008] La vita xè na giostra, ciò!
E' una realtà piccola che tira avanti con le energie e le risorse dei fondatori e dei soci; non fa moltissimo, paragonata a strutture più ampie, ma fa già qualcosa, e vedere che i propri sforzi giovano a qualcuno è una soddisfazione comunque.
Se qualcuno è curioso e ci vuole aiutare, questo è il sito:
www.merrygoround.it
Non ne ho parlato fin'ora per mancanza di occasioni e per timore di ricoprire l'associazione con la patina di inaffidabilità che lascio dietro di me come una lumaca cialtrona, ma ora il momento è propizio erchè larryezzi hanno fatto la prima trasferta con l'associazione.
Siamo saliti sulla giostra e siamo scesi a....
[Lunedì, 29 Settembre 2008] Chi non ha testa abbia gambe
Tutti si lamentano che i percorsi erano molto obbligati, c'erano poche scelte da fare che avrebbero potuto discriminare i risultati a livello prettamente tecnico, e che, quindi, l'ordine di arrivo è stato determinato più dai polmoni che dai lobi temporali.
Ci arrivo per ultima, ma Zzitalia mi conforta con il ristoro privato: ceniamo nel malfamatissimo bar sotto l'albergo, club sanwich, birra e biliardo.
Essendo io la superpippa della stecca, la partita si protrae per un tempo infinito, durante il quale butto giù anche un negroni [adesso che l'ho ritrovato non lo lascio più], al quale potrò dare la colpa della mia pessima performance dell'indomani.
L'indomani, infatti, si corre a Cavallino, fa un freddo spietato, pioviggina e l'umidità mi conferisce l'andatura di Gambadilegno.
Corro lo stesso perchè la zoppìa è il miglior alibi, potrò dire che avevo il negroni nel fegato, la colazione sullo stomaco, la gamba gigia e il belino girato perchè il percorso era ancora più obbligato di quello del giorno prima.
Noi perdenti siamo così: impegno zero, ma scuse a mazzi.
In compenso, all'arrivo ci sono le merendine Balconi, quelle tipo tegolino, ma con molto più cioccolato. Sono molto apprezzate dai golosi perchè sono confezionate con il cartoncino, il che permette di scofanarsene diverse dozzine senza sporcarsi le mani; questo, per me, purtroppo non vale, perchè ogni volta che mangio qualcosa me la spalmo sulla faccia tipo impacco di bellezza, e, quando arriva, Zzi mi becca subito.
I rimanrchevoli risvolti positivi del weekend sono: il ristorante indiano [mentre scrivo non so se avrò tempo e voglia di recensirlo, comunque era buono] e l'incursione all'ipermercato per comprare un fantastico, indispensabile, necessario, mai-più-senza
SERVIZIO DA BAGNA CAODA
[Martedì, 02 Settembre 2008] Other Honeymooners
Zzitalia era tranquillo, nel suo completo nuovo e con i capelli tagliati di fresco.
Io ero nel panico più assoluto: il vestito era largo, ma il giacchino era stretto, una manica era palesemente storta, le spalline erano lunghe, le mie gambe erano corte e non potevo mettermi le tette. Mi ero, infatti, procurata delle tette posticce sulla cui misura il vestito era stato realizzato e a venti minuti dall'inizio della cerimonia scopro di non poterle indossare perchè - scigura - la spallina del reggiseno non rimane coperta da quella del vestito.
Imbastisco un sistema di tiranti e nastro da pacchi e usciamo, mentre io mi ripeto come un mantra che "tanto in chiesa non mi levo il giacchino e nessuno se ne accorgerà".
Nel finestrino del taxi vedo riflessa la mia acconciatura architettonica e il fulgore della nuova tinta, che fa a pugni col vestito, come da copione. Sono la versione deformata di Amy Winehouse uscita da una vasca di passata di pomodoro.
Appena arriviamo, stranamente, ci vedono tutti.
Gli invitati sono tutti eleganti e bellissimi, ma le mamme degli sposi, come vuole tradizione, mangiavano letteralmente in testa a tutte noi altre pischelle che quell'eleganza lì ce la sognamo, anche se abbiamo gonne più corte o tacchi più alti.
Lo sposo è strabiliante, è talmente bello ed elegante che non merita nemmeno i complimenti: è ovvio che è tutta opera di sua moglie e di sua madre, lui - al massimo - si sarà fatto la barba.
Gli altri quattro uomini rilevanti, ovvero i padri degli sposi e i due testimoni, sembrano usciti dal ballo di Cenerentola (e conoscendo la sposa dev'essere stata quella l'ispirazione) e sfoggiano un'armoniosa combinazione di colori indossando cravatte e accessori rispettivamente color notte, fior di pesco, sangue di bue e perfezione: il fratello dello sposo sbaraglia qualsiasi concorrenza con la sua cravatta arancione.
La sposa resiste due minuti d'orologio dopo l'ora convenuta, poi la sua puntualità patologica la fa giungere, a bordo di un maggiolone cabriolet che fa tanto "Salviamoci la pelle", sotto gli occhi ammirati degli invitati.
Appartiene ad un'altra specie, riesce ad indossare l'abito di Barbie Principessa delle Meringhe e nonostante questo ad emanare un'eleganza hepburniana, romantica, ma non leziosa, solenne, ma non superba.
Ci decidiamo ad entrare e non sappiamo dove metterci, poi individuo Ilaria e Francesca, le ragazze che mi devono ammaestrare sul da farsi, e guadagnamo la panca dietro di loro, appena in tempo per voltarci e ammirare la sposa che percorre la navata al braccio di un papà più emozionato di lei, che tira come un setter.
Vado a leggere il salmo. E' già un miracolo che non mi sfracelli sui gradini dell'altare perchè le scarpe mi sono diventate grandi e mi scappano, facendo il caratteristico rumore di zoccoli sciabattati, che tanto si addice ad un luogo sacro, ma il meglio di me lo do dal pulpito: non vedo niente.
Guardo la pagina e non c'è scritto niente, solo vermetti grigi che si rincorrono, tutto è offuscato. Mi tolgo gli occhiali per leggere meglio, ma la situazione non cambia; mi ricordo, allora, che non sono presbite, è che ho la pressione a duecento per l'emozione e ho appena fatto la figura dell'ottuagenaria, che da vicino non ci vede più.
Mi impapino, perdo il segno quattro volte, sputazzo nel microfono, sudo come un cammello e me ne vado accompagnata dal clocchete-clocchete dei miei piedi e dal rumore del nastro da pacchi che sta inesorabilmente cedendo e che cerco di bloccare stringendo le ascelle, assumendo la postura di un gallinaceo.
Sono protagonista di un altro siparietto comico al momento delle preghiere dei fedeli, quando l'officiante legge - a sorpresa - la prima di esse gettando nel panico più assoluto noi tre grazie ammucchiate dietro il leggio.
Si scatena il parapiglia perchè non possiamo semplicemente 'scalare' in quanto la terza preghiera è della sposa (per forza, parla dei loro nonni defunti e dice 'io e Paolo', sarebbe quantomeno di cattivo gusto letta da un'altra), una deve rinunciare, nessuna vuole fare quella che si tira indietro, del resto nessuna vuole fare la prepotente sulle altre. E' una questione di prontezza e coordinazione.
Io, sempre producendomi nell'imitazione dell'ippogrifo con ascelle strette e zoccoli scalpitanti, mi distraggo a sghignazzare coi testimoni dello sposo, perdo l'attimo e in un battibaleno ecco che quella che è andata sul pulpito per niente divento io.
Non importa, anzi, meglio così. Se gli sposi non avessero voluto qualche contrattempo esilarante a spezzare la tensione della cerimonia, avrebbero scelto una persona seria; se hanno scelto me vuol dire che erano ansiosi di godere delle infinite movimentazioni che una gigantesca Tequila Sunrise col passo di Furia-Cavallo-del-West poteva dare ad una altrimenti piatta cerimonia.
In un modo o nell'altro, e nonostante me, gli sposi, cui rifiliamo il solito nome di fantasia da coppiette, Paolo&Francesca, riescono a convolare a giuste nozze e escono dalla chiesa salutati dalla tradizionale pioggia di riso colorato.
Mentre gli sposi vanno in città a realizzare le foto per il loro album, gli invitati si dirigono verso il ristorante, dove viene servito nel frattempo un aperitivo di benvenuto.
Arrivano gli sposi e siamo pronti per sederci a tavola, non prima di alcune foto di rito.
Rimarchevole l'episodio in cui la sposa fa una specie di imitazione di Fonzie e al comando "Cugine!" viene attorniata, in un delta T prossimo allo zero, da un campionario di gnocca mai visto tutto assieme.
Ho visto poi altri invitati gridare "cugine" e allargare le braccia come il famoso meccanico, ma senza lo stesso effetto.
L'aspetto gastronomico del matrimonio merita una digressione a parte. Qui basti sapere che mi sono autoproclamata La Ragazza Fogna e che il mio dirimpettaio, cui anche rifiliamo un nome di fantasia - Josephine - tanto ne ho che mi avanzano, ha talmente avuto modo di condividere l'esattezza della mia definizione, che ha iniziato ad utilizzarla anche lui. Ma è un fan di Springsteen che suona il sax, può dire quello che vuole.
La serata prosegue tra canzoni, trenini, resistenza passiva (della sottoscritta) ai trenini, macchie che si materializzano come per magia sul mio vestito, crisi di commozione alla vista della sposa che balla col suo papà, nutrizione smodata, frizzi e lazzi.
Non paghi, andiamo a rompere le scatole agli sposini nella loro suite ai Duchi (Zzi si astiene da questa pratica, io ci sguazzo) e, la mattina seguente, a colazione.
Praticamente Francesca ha visto più me che suo marito, ma adesso che è in viaggio di nozze negli Stati Uniti, sono quasi sicura che farebbe cambio, almeno a ore pasti.
[Domenica, 31 Agosto 2008] Tre uomini in Barça (per tacer di Larry)
Ora ho capito perchè la Crema Catalana è flambè: non le danno fuoco, le si scotta la superficie appena entra a contatto con l'aria degli ambienti.
I catalani parlano una lingua meravigliosa, dolce e musicale, non come gli spagnoli che hanno un idioma isterico e sputazzano a ogni sillaba. Voglio imparare il catalano, leggo tutto ad alta voce, come i cinquenni, e mi avventuro in traduzioni; tempo un minuto la mucca pazza ha fatto il suo corso e non mi ricordo più niente.
Grazie all'intercessione del Professore, che arriverà l'indomani, abbiamo a disposizione un appartamento in una zona deliziosa e ben servita dalla metropolitana. Un non meglio identificato anzianissimo amico del padrone di casa ci mostra gli ambienti, il funzionamento della caldaia e ci da le chiavi. Per metterci a nostro agio ci parla con brevi frasi in latino, io non so come dirgli che avrei maggiore dimestichezza con lo swaili, annuisco con aria vacua (tanto avrà capito Zzi) e mi domando preoccupata se mi parla in latino perchè dimostro l'età di Seneca o perchè sembro un prete.
In compenso, la casa è talmente bella che a momenti la compro.
Barcellona, invece, un po' mi delude, me la aspettavo più....più...no: me l'aspettavo meno Genova.
Okay, lo so: mi sto triestinizzando, tutto quel che vedo nel mondo "lo g'avemo anche nòi", ma, a parte le dimensioni mastodontiche, che ha barcellona di diverso dal capoluogo ligure? Ha il passeggio, le bancarelle, gli scippatori, gli zingari, i turisti, i caruggi, le baldracche (brutte) in strada alle tre del pomeriggio, la statua di Colmbo, l'Expò e i magazzini del Cotone, odora di fritto e di cibo a qualsiasi ora del giorno e della notte e la squadra di calcio cittadina è rossoblù. Sfido chiunque a non confonderle.
Comunque, tutto sommato, mi piace.
Sicuramente nella valutazione influisce il fatto che con 8 euro a testa ti danno da mangiare cose buonissime fino a scoppiare, ti alzi da tavola alle due e ti siedi al bar, poi rotoli fino alla gelateria per fare scorta delle energie necessarie ad arrivare all'aperitivo. Siccome qui si cena tardi, sono indispensabili due somministrazioni di sangria.
Ci raccontiamo la rava e la fava, facciamo uno spuntino, ceniamo e lo conduciamo nella umile dimora, dove molto poco cavallerescamente gli rifiliamo il letto a castello, con la scusa che tanto lui è troppo lungo per qualsiasi letto, quindi....
Il giorno dopo abbiamo posti seduti sugli spalti, in fondo in fondo, praticamente fuori, e ci permettiamo il lusso di fare i turisti, ricavandone anche qualche foto onesta.
Ci facciamo prendere anche noi dalla nostalgia e dal panico che questo sia l'ultimo tour con la E-street e decidiamo che it's now or never.
Trasgrediamo tutte le regole, buttiamo sul piatto tutti i nostri averi, o la va o la spacca, dài facciamolo.
Portiamo dentro la videocamera e tentiamo una ripresa.
Siamo disorganizzati come non mai, le batterie non saranno mai sufficienti, abbiamo cassette per 180 minuti esatti, ma non importa: è giusto per avere un ricordino, mica filmiamo tutto.
Mica.
Tre ore con il braccio a 90 gradi e la faccia incollata all'obiettivo (perchè se apro lo schermo consumo la batteria e del treppiede non ho mai neanche sentito parlare), un occhio in camera e un occhio al palco, più immobile che posso, inquadrando fra le teste e le ascelle di quelli davanti.
Anche questa volta, a un passo dall'Impresa, ho miseramente fallito. L'epopea non è roba per me.
Mi sa che ho incautamente straviziato, il mio intestino grida vendetta e il giorno dopo è il giorno della coda.
Tutte le soluzioni anticagotto vengono adottate, dalla limonata, al casco di banane, al tappo di sughero.
Alle undici del 20 Luglio siamo in fila davanti allo stadio, io sfoggio un grazioso colorito penicillina e il numero 1137 sulla mano. Davanti allo stadio ci sono tutti: Luca Bastiano e Gianfranco; il Genovese di Arnehm che non mi ricordo come si chiama, ma è un nome da genovese, tipo Fabrizio/Fabio, roba così; Giancavassa & Lacristina; mezzo veneto; l'asciuttissimo Supernova...poi c'è uno che riesce a scontrarmi in uno spiazzo enorme e ha ancora la faccia di dirmi "Stia attenta". Mi giro come un cobra e gli faccio:
......
"Fruuut! Alòre, cemut?" : è arrivato Theriver69!!!
L'organizzazione catalana è tale che alle due abbiamo il nostro bel braccialettino azzurro e alle due e un quarto siamo al bar.
Del pomeriggio non so narrare nulla perchè l'ho passato dormendo su una panchina. Della spasmodica attesa nel pit nemmeno, perchè ho tirato una pisa anche lì, passando alla storia come la goffa addormentata nel pit.
Poverini, hanno preso dalla mamma.
Io spero di sbagliare, spero che il saluto lungo e commosso di Clarence non significasse che questo era l'ultimo concerto della E-Street in Europa.
Nel caso, ho cominciato con la mamma e ho finito con i figli, tutto sommato ho chiuso il cerchio.
Il terzo giorno il Professore e Slonc tornano a casa e io posso ricominciare a tenere la testa dritta, visto che sono entrambi più alti di Zzi e ho trascorso tre giorni con il mento parallelo alle tette ("tette" per modo di dire, passatemi la licenza letteraria). Anche quando ero in bagno continuavo a guardar verso l'alto per abitudine.
I nostri compari vengono degnamente sostituiti da TheRiver69, il quale, però, non si può dire che faccia per due.
In realtà fa a malapena per uno, perchè il più delle volte sparisce (tende a seminare la gente con la quale cammina, anche - o soprattutto - se gli si sta parlando) e quando c'è parla pochissimo; ma è Furlano e vale doppio!
Si va a Parc Guel, affrontando una salita spietata e cedendo, a metà, alle lusinghe dell'autobus. Qui ogni quindicenne con i capelli a mezzo collo ci pare il figlio di Bruce, deludendoci dopo un attimo con la sua parlata catalana. Facciamo le foto di rito ad un panorama orrendo e torniamo verso il centro, fermandoci a mangiare in una bettolina in cui, nuovamente, ci rimpinzano come porchini (animali mitologici per metà porci e per metà i tacchini) per i soliti 8 euro.
In città rifacciamo il solito giro: via Venti, piazza Matteotti - via San Lorenzo - via Canneto il Lungo - Sottoripa - Magazzini del Cotone.
All'Expò festeggiamo il 20mo litro di sangria con una fresca caraffa di sangria e cisquini ["stuzzichini" per chi non conosce tutti i vocaboli che invento o che mutuo da altri coniatori] vari e poi ci dirigiamo all'aeroporto, dove ho il coraggio di domandare il gelato. Theriver69 prima fa una faccia disgustata per tutto quel che posso mangiare, poi prende il gelato con me, e lo finisce pure per primo.
Pare che il volo di ritorno sia stato un po' turbolento, per via di alcune forti correnti.
Io, guardacaso, dormivo.
[Martedì, 26 Agosto 200] Il giorno di Sant'Alessio
Ho tanto atteso affinchè alcuni ricordi svanissero e potesse l'encefalopatia spongiforme dove non avesse potuto la sintesi.
Il dinamico duo se la prende comoda, parte per Milano la mattina del 17 luglio e nel capoluogo lombardo - dopo il ritiro dei biglietti - se la tira pure da turista, in abiti borghesi, passeggiando fra i monumenti (e le vetrine, è pur sempre Milano).
Nel tardo pomeriggio Zzi ha voglia di qualcosa di fresco, tipo un'acqua tonica, mentre a Larry basterà un caffè, giusto per non sedersi al tavolino senza ordinare.
Giriamo due angoli a caso e ci sediamo al bar Principe della bellissima piazza Sant'Alessandro.
Il miglior negroni della mia vita, devo dirlo a mio padre, migliore di quello del bar degli aperitivi di viale Brigata Liguria (o Bisagno? Mai saputo, comunque quello lì, dal museo di Storia Naturale a Genova), perfino migliore di quello di Lino di piazza Alimonda, quasi migliore del mio. Il segreto è tutto nel gin.
Tornati agli Arcimboldi, praticamente plano sul mio maestro di chitarra, il quale subito mi redarguisce "Basta far casino, non siamo mica a un concerto di Springsteen".
All'interno del teatro mi guardo intorno per vedere se c'è Capossela, ma non lo vedo, forse perchè cerco un tizio col cilindro e una pelliccia, e magari lui non va sempre in giro così. Inciampo su Lella Costa e quando Benigni e la Braschi (che piccoli!) prendono posto, finalmente si può cominciare.
Un concerto di Tom Waits è qualcosa cui tutti dovrebbero poter assistere una volta nella vita. Le mie unghie sono ancora conficcate nel braccio di Zzi da quando ha attaccato Hang down your head.
All'uscita ci salutiamo platealmente, poi andiamo alle macchine, che sono posteggiate in fila una dietro all'altra, e l'addio struggente perde un po' della sua solennità.
Ci fermiamo a dormire in autogrill, ma ci sveglia la grandinata del secolo - pessima scelta il Garda, pessima scelta - e continuiamo per l'aeroporto.
[Lunedì, 25 Agosto 2008] BOLLINO ROSSO
Non vi agitate, non sto pubblicando un racconto erotico.
Semplicemente riflettevo sul viaggio Trieste-Genova di venerdì 22 Agosto e su quello Genova-Trieste (via Udine) di domenica 24 Agosto.
Oltre che contrassegnati dal tempo sereno e dalla temperatura calda, ma non torrida, si è trattato di un percorso quantomai scorrevole, senza traffico intenso; anzi, specialmente quello di domenica è stato caratterizzato da una singolare scarsezza di veicoli in viaggio, insolita in tutti i periodi dell'anno.
Bollino rosso, avevano detto, code di chilometri, controesodo, rientri, milioni di miliardi di veicoli in marcia verso le grandi città:
Invece sembra ceh dalle ferie non sia tornato nessuno, almeno per quanto riguarda gli abitanti le località raggiungibili con la A4.
Forse gli Italiani sono ancora in vacanza, forse hanno optato per la partenza intelligente. Forse.
O forse "i no g'ha uno per far due": siamo un popolo con le pezze al culo e le ferie le facciamo in casa, ma non sta bene dirlo al TG, fa così cafone!